Era novembre, una bella giornata di sole, ma era freschino. Andai nella stanza degli armadi a cercare un soprabito leggero da indossare.
La stanza degli armadi, aveva nel mezzo dei grandi tavoli quadrati di noce, dove spesso le donne stiravano. Gli armadi, prendevano tutte le pareti. Il guardaroba, le lenzuola, i teli per il bagno e le tovaglie per la tavola stavano da una parte. Dall’altra invece i cappotti e le mantelle.
Avevo proprio bisogno di un soprabito. Mi sedetti a respirare l’aria di pulito e di legno di quella stanza, si sentiva anche un po’ l’odore di canfora delle robe invernali ancora non uscite all’aria.
Le mie figlie parlavano, parlavano. Di ogni piccola cosa facevano un romanzo, lo avevo notato subito, le prime volte che mi era capitato di ascoltarle. Anche l’altra, la mezzana, per raccontare che aveva comprato un paio di calzini, partiva a raccontare dal babbo della merciaia e finiva con il cane del figlio del macellaio che aveva incontrato per strada. Chissà a chi assomigliavano, forse a mio marito, l’avvocato e a suo padre, il maestro. Noi Bocelli eravamo tutti più silenziosi, meno prolissi, meno loquaci. Le mie figlie parlavano in continuazione e tutte insieme, le loro voci si accavallavano una sull’altra. A volte ascoltarle era per me come assistere a un’operetta a teatro, o leggere dei romanzi.
da Galleria del tempo di Laura Giarré
La paura, come sempre dalla caduta, era la sensazione maggiore, mista alla tristezza e al senso dell’irreparabile.
